Il gruppo decide di procedere verso altre cascate e la cosa non può che farmi piacere. In primo luogo quelle viste ieri erano veramente belle: chissà che non abbia occasione di fare un altro po’ di foto. In secondo luogo il mio fido gps mi avvisa che in corrispondenza della cascata c’è anche una cache e questo mi fa diventare decisamente impaziente di arrivare…L’impazienza si placa guardando fuori dal finestrino dove colline, prati, sassi, si ripetono senza soluzione di continuità e con scarsissimi segni di presenza umana. Mi scopro a fantasticare di essere in giro a piedi da solo per questi sconfinati spazi deserti, magari in compagnia giusto di un cane, non si sa mai sia assalito da un terribile skua.. sarebbe una bella esperienza, potrei anche rinunciare a qualche giorno di cellulare ed email. Mi immagino a dormire sotto le stelle, anche perché qui di rifugi se ne vedono pochi davvero: la natura è sovrana e si deve entrare chiedendo permesso e mettendosi le pattine.
Mi risveglio dall’ennesimo sonno ad occhi aperti quando Erica incomincia a parlare della possibilità di vedere le balene, più avanti. La cosa mi solletica parecchio, a parte in tv ho visto dei cetacei solo in acquario: questa è un’altra cosa. Mi prende così bene che mi offro volontario per telefonare e prenotare il giro in barca. Di solito lo faccio solo se costretto, capire l’inglese non è il mio sport preferito ma le balene sono le balene. Al telefono ho un’attimo di emozione, repressa a fatica: sarà il tono o la voce, ma sono assolutamente sicuro che la ragazza dall’altra parte abbia gli occhi azzurri. E’ la prima volta che rischio di bloccarmi causa occhi azzurri al telefono!! In qualche modo concludo l’accordo e mi assicuro quattro posti per il giro del pomeriggio. Spero solo di aver preso il giro giusto e non aver prenotato un tour guidato al museo dei membri virili (si, c’è anche questo).
Ormai ho la mente verso le balene, per cui rimango quasi sorpreso dalla fermata alle cascate. Le foto valgono ovviamente un sacco di parole quindi non mi dilungo più di tanto: sono tanto belle che sembrano finte. Piccolette, niente di clamorosamente enorme, ma fatte veramente bene..anche qui sentieri fin sul ciglio e niente parapetti: se ti avvicini troppo ci penserà la selezione naturale. Conquisto con malcelata soddisfazione la mia seconda cache Islandese, lasciando però non so quanti centimetri di pelle attaccata alle rocce che la celano. Per la miseria, possibile che qui abbiano solo dei dannati sassi vulcanici, ruvidi come carta vetrata?? Fortunatamente gli islandesi non conoscono il ferrarese e/o il romagnolo, i termini che uso nell’esternare il disappunto per tale inopportuna ruvidità urterebbero orecchie anche non troppo sensibili.
Dopo un’altra giratina per la deserta landa islandese si arriva ad Husavik. Uno scrittore d’altri tempi la definirebbe “una ridente cittadina adagiata sulle rive di una fredda baia islandese” o qualcosa del genere. Scendo dalla macchina per raggiungere la biglietteria e confermare la prenotazione..gravissimo errore. Dunque, la cassiera (scommetto una cena di pesce che è la stessa che mi ha risposto al telefono) ha due occhi così azzurri ma così azzurri che quasi non me li ricordo più. Il resto del volto è all’altezza. Il resto…ok, sono sicuramente vittima di una bieca strategia commerciale per aumentare il fatturato. Erica è pronta a soccorrermi per quello che da già per sicuro blocco epiglottideo, ma eroicamente resisto alle soverchianti bellezze avverse e concludo la transazione. Esco dal chiosco con quattro biglietti ed uno sguardo sognante.
Dobbiamo attendere un po’ per il battello ed un barettino nei pressi del molo è un’ottimo rifugio per ingannare il tempo. La barista però non ha il senso della misura e mi rifila una fetta di torta di dimensioni sconsiderate; vista l’altezza media degli indigeni deve avermi giudicato piccolo e gracile. Scoprirò solo più tardi il grave errore commesso…nel frattempo devo guardarmi da tre o quattro pesti bionde ed urlanti che scorrazzano per il barettino reggendo (grosse) fette di torta: la mia macchina fotografica rischia più e più volte l’impiastricciamento fatale da marmellata ed Erica l’esaurimento nervoso. Finalmente arriva la barca e non riesco a trattenere una sghignazzatina: è il natante più simile alla barchetta di Braccio di Ferro o Moby Duck che io abbia mai visto; c’è anche il posto per la vedetta su in alto. Magari è più grande, ma sembra veramente disegnata da Walt Disney. Quando partiamo, il personaggio che si piazza in cima alla “coffa” completa il quadretto fumettistico: barba, faccia sorridente e voce sguaiata oltre al berretto da lupo di mare a coronamento del tutto.
Scopro rapidamente che dare la caccia alle balene può essere una faccenda fetente. Ora, io non ho mai sofferto di mal di mare ma evidentemente c’è sempre una prima volta. La cosa funziona così: tutti sulla barca, agitata dalle onde ma altrimenti ferma, si guardano attorno fino a che non si vede lo sbuffo del cetaceo. A questo punto il summenzionato personaggio urla “SOFFIA!!!” (l’equivalente inglese, of course) “a ore 9!!!” e tutti si girano a guardare mentre il capitano lancia il vascello verso il punto indicato. Il problema sono le onde.:la barca va su, giù, su, giù, su, giù, su…beh, il concetto è chiaro. Nonostante i rinfrescanti spruzzi sulla faccia che fanno molto lupo di mare e nonostante sia giusto a prua, il mio stomaco incomincia a dare segni poco rassicuranti. Cerco di distrarmi guardando i pulcinella di mare, “Puffins” per gli inglesi e “Lundi” per gli indigeni. Bestiole veramente buffe: nonostante la barca in avvicinamento, non si muovono se non quando siamo veramente vicini. A questo punto tentano di allontanarsi affannosamente, ma dato che volano con l’abilità di un pollo impagliato fanno qualche metro e poi si buttano disperati sott’acqua, sperando di salvare le penne. Così davanti alla prua della barca si forma una raggiera di bestiole panciute e con il becco colorato che cercano disperatamente di fuggire in una scia di spruzzi. Anche queste pennuti sembrano usciti da un cartone animato, a fare il paio con il capitano Achab lassù in coffa.
Poi si smette di scherzare. Improvvisamente una balena si lascia avvicinare, le arriviamo a qualche metro. Guardando quella schiena enorme che esce dall’acqua, esita, si inarca e si immerge si fa presto a credere che sia la balena interessata a guardare noi tra il divertito ed il compassionevole. Un paio di grossi respiri, gli sbuffi poi il tuffo finale per riapparire solo dopo parecchi minuti di immersione. All’ultimo tuffo la balena alza la coda come a salutare il pubblico, mostrando le conchiglie che attaccate sulla schiena e sulla coda, immergendosi poi con una solennità ed una grazia imprevedibili in un essere di tali dimensioni. Non so perché ma le conchiglie mi colpiscono, è come guardare dei minuscoli passeggeri che si fanno trasportare da un’enorme nave grigia. Non riesco a non pensare che ci si possa quasi parlare con questo colosso…come se fosse uno strano alieno, che vive in un mondo tutto suo ma comunque ben consapevole di avere esseri intelligenti attorno. Viene quasi voglia di chiamarla per vedere se se ne accorge e magari si gira verso di me. Le sole dimensioni sono sufficienti a far rimanere a bocca aperta e si tratta “solo” di megattere: leggiucchiando un depliant scopro che a volte si possono vedere le balenottere azzurre, decisamente più grandi..mi piacerebbe, ma non si può pretendere tutto: già il giro turistico in mezzo ai cetacei è nato uhn po’ per caso scorrendo la guida turistica, pretendere anche di scegliere che “bestiole” vedere è un po’ troppo.
Per alcune ore inseguiamo gli sbuffi che si susseguono in modo imprevedibile; l’unica cosa prevedibile sono le onde che continuano a massacrarmi lo stomaco. Nonostante uno degli spettacoli più affascinanti che mi sia capitato di vedere, incomincio ad assumerne un colorito verdastro che anche se intonato ai flutti è indice di guai in arrivo. Stringo i denti (per tenere dentro tutto) e prego gli dei del mare che facciano finire il supplizio prima che io perda ogni dignità. Rischio la fine ingloriosa quando l’equipaggio, sulla via del ritorno, ci offre cioccolata calda e paste alla cannella. Lo sforzo psichico per non rendere l’anima potrebbe valermi un’illuminazione Zen, soprattutto dopo che un’orribile e vecchia megera mi si siede giusto di fronte a mangiare rumorosamente la sua pasta. In qualche modo arriviamo al molo e mi trattengo dal baciarlo solo per non dovermi chinare, con prevedibili risultati. Mi ci vuole più di mezz’ora per recuperare un aspetto umano ed affrontare l’idea che sia ora di cena, con tutto ciò che ne consegue…


2 comments ↓
Con “uno degli spettacoli più affascinanti che mi sia capitato di vedere” ti riferisci alle balene o alla bionda in biglietteria? :-DDD
mi associo ad Erica…..saluti&baci
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