Ogni tanto mi capita di fare un giro in spiaggia d’inverno. Mi ha sempre affascinato vedere il mare in stato di semiabbandono, deserto, con i ricordi dell’estate: i capanni chiusi, i campi da gioco senza rete, le basi accatastate degli ombrelloni.. però non mi sarei mai aspettato di provare le stesse sensazioni guardando fuori da un albergo a fine luglio. Il palazzo di fronte, immerso nella luce grigia di un mattino anche troppo nuvoloso, ha le tapparelle abbassate, i balconi con barbecue chiusi ed i tavolini ripiegati come nemmeno a Rimini in dicembre. Sarà anche estate, ma vista da qui non sembra. Per fortuna il tavolo della colazione è ben fornito: il sole fuori latiterà ma quello che trovo al buffet riscalda il cuore eccome. Mi sembra di incontrare di nuovo un amico che non visto da tempo: marmellata in quantità, yogurt, buttermilk, latte, cereali assortitissimi e naturalmente aringhe, in due gusti diversi. Saluto urbanamente ed evito signorilmente le aringhe, che ho già conosciuto in altri tempi ma senza trovare un buon feeling e mi lancio in ricordi dei vecchi tempi con tutto il resto. Anche con il caffé, che se considerato come pura e semplice fonte di caffeina calda non è nemmeno terribile, solo al limite della bevibilità. Incomincio a sentirmi in vacanza…
Uscendo si saluta la ragazza alla reception con un simpatico “ciao!” (si, è italiana: trovare un islandese alla reception è facile come trovarne uno basso e castano) e ci immergiamo nella pioggia islandese. Sarà anche del profondo nord, ma come pioggia a me sembra altrettanto umida e noiosa della nostra. E non è che il primo sguardo a Reykjavik sia tanto più eccitante: l’unico edificio degno di nota, una chiesa, è troppo somigliante
ad una rampa per il salto con gli sci per impressionarmi favorevolmente, senza contare che è coperto da un cantiere con tanto di operai al lavoro. L’atmosfera grigia, novembrina, non migliora il quadro generale. Va là che riesco a convincere il resto del gruppo a seguirmi alla ricerca di una cache: non vedo l’ora di trovarne una da queste parti ed aggiungere una bandierina sulla mappa dei ritrovamenti. La trovo con una facilità imbarazzante, imbarazzante quasi come cercarla in mezzo ai turisti, attorno ad un monumento di grigio acciaio sulla grigia riva di una grigia baia in una grigia giornata. Ovviamente la scatola del tesoro è…nera, ma dentro c’è un ingranaggino Lego. Grigio. Sulla via del ritorno all’auto ringrazio silenziosamente un semaforo per la nota di colore. Ben difficilmente un’atmosfera potrebbe sembrarmi più grigia (e dàgli) ma non ho tenuto conto dell’effetto devastante delle vetrine di un locale di strip tease, viste alle dieci di mattina.
E’ ora di abbandonare la ridente capitale per qualcosa di più eccitante, se proprio non lo si riesce a trovare più colorato. Giocherellando con il gps quasi mi sfuggono i piani che stanno facendo gli altri (io non guido, non faccio il copilota, non ho la guida turistica: è comprensibile che metta il cervello in folle), ma una parola penetra lo schermo (grigio) che ho attorno alle idee: “…dorsale…”. In un attimo mi sveglio dal torpore e realizzo che in fondo l’Islanda non è certo il posto dove passare le giornate in città: qui si vede la natura, quella vera, da national geographic! A dire il vero lungo il percorso di natura se ne vede pochina ( o troppa, a secondo dei punti di vista): chilometri e chilometri quadrati di una distesa verdina, grigina (ovvio), marroncina…a perdita d’occhio. Grossomodo un incrocio tra la pianura padana e la brughiera scozzese, con un po’ di nubi basse a ravvivare il tutto. Mi fermo e scendo, giusto per vedere che effetto fa essere in mezzo al nulla, e faccio la conoscenza con un indigeno molto espansivo: il vento. Cribbio quanto è affettuoso, si infila in ogni pertugio del windstopper..che potrebbe meritare meglio il suo altisonante nome.
Le forze che hanno modellato gli oceani e sbattacchiato qui e là i continenti hanno pensato bene di lasciare una traccia comodamente visibile, anche se un po’ fuori mano, di quello che possono fare. Da affezionato spettatore dei documentari di Angela, ho sempre immaginato che per vedere la dorsale medioatlantica fosse necessario un bel sommergibile, un bel po’ di soldi e magari qualche geologo compiacente. Invece adesso ci sto camminando in mezzo, tra pareti di roccia scura, talmente dritte che sembrano tracciate con un aratro. Fa un po’ impressione. Provo ad appoggiarci una mano, in un mezzo tentativo di arrampicata, ma cambio subito idea: ‘sta dannata roccia lavica taglia come se fosse vetro. Meglio fare il turista a modino.
Lo spettacolo è più affascinante che imponente. Chiunque sia stato sulle Alpi ha visto montagne più alte, cime più aguzze, torrenti più impetuosi e cascate più ampie, ma da queste parti c’è qualcosa di diverso. E’ difficile da definire…più primitivo, direi. Insomma, non mi capita così spesso di guardare a destra e vedere una piatta distesa erbosa, con giusto un paio di rocce ed un po’ di laghetti, mentre a sinistra mi incombe addosso una muraglia nera, da dietro la quale arriva il rombo di una cascata e nubi di acqua nebulizzata. In mezzo si snoda sinuoso un sentiero..tutto sembra piazzato apposta per sembrare strano.
Ed è ancora più strano farsi fotografare seduto su una roccia che ha tutto l’aspetto di un enorme rotolo di corda. Ovviamente è una colata di lava, fortunatamente raffreddatasi da un’enormità di anni. Dovesse spuntare un iguanodonte non mi meraviglierei più di tanto. Spunta invece una turista inglese, dannatamente simile alla signora Fletcher. L’incantesimo si rompe, torno nel XXI secolo e do’ un’occhiata al gps. Giurerei che qui attorno ci sia una cache…







